Il progetto Open Foreste è nato come progetto sperimentale ed ha avuto il merito di essere stato il primo progetto europeo sviluppato grazie alla piattaforma Ushahidi. E come recitava una vecchia pubblicità, “vanta numerose imitazioni”.

Sinceramente Open Foreste, nonostante avesse buone potenzialità, non ha avuto successo perché non è stato adottato come strumento per l’antincendio boschivo, ma ha avuto il merito di aver divulgato un approccio: il crowdmapping.

Dopo Open Foreste sono stati realizzati molti progetti con la stessa piattaforma in settori diversi. [si veda la voce di wikipedia Ushahidi]

A cinque anni di distanza mi permetto di fare alcune valutazioni sulle difficoltà incontrate, che possono essere utili a chi volesse sviluppare progetti simili:

  • una crowdmap necessita di un team per la gestione e di un processo di raccolta e validazione delle segnalazioni raccolte;
  • una crowdmap deve avere un obiettivo preciso e sostenibile nel tempo: una crowdmap deve essere “vissuta” e usata; per la cronaca hanno avuto più successo crowdmap dove segnalare buche nelle strade o disservizi di altre che richiedevano una maggior precisione del dato raccolto.
  • una crowdmap dedicata ad informazioni relative ad un emergenza o a rischi deve essere gestita da un’organizzazione, affinché possa validare e gestire le informazioni; ma questo punto necessita di un cambiamento culturale che a volte non è facile da realizzare.

Non esistono problemi tecnologici, quelli sono risolvibili, ma esistono problemi, culturali, procedurali e di risorse.
Ricordo una critica che mi fu fatta in un seminario in Italia (volutamente dico il peccato e non il peccatore), da una persona poco informata su come funziona sia la protezione civile sia le istituzioni locali italiane: “Open Foreste è un fallimento” (se non furono queste le testuali parole, questo era il senso).

Bene a quella persona vorrei dire che una gestione artigianale o superficiale e non istituzionale di una crowdmap in emergenza farebbe più danni che altro, perchéla validità e l’attendibilità dei dati sono cruciali. Chi crede ancora che la “crowd” possa validare le informazioni, come anch’io fiduciosamente ho fatto agli inizi del social glamour in emergenza, forse non ha mai vissuto una vera emergenza. Sempre a quella stessa persona vorrei far presente che le istituzioni locali o regionali o nazionali hanno lentamente intrapreso un cammino di innovazione e con difficoltà interne (culturali e di risorse) hanno imboccato la strada del web 2.0. Forse nel 2011 non erano pronte, oggi, 2016, dopo cinque anni, ancora alcuni approcci non sono percorribili, ma qualcosa si sta muovendo. I tempi dei cambiamenti profondi sono inevitabilmente lunghi.

Personalmente sono contenta dei risultati di Open Foreste, certo sarebbe stato più di successo l’adozione concreta da parte di un ente di questo approccio, ma credo che il meglio sia nemico del bene, e Open Foreste è stato utile per capire e analizzare possibilità ideali e confrontarle con quelle concrete, che sono fatte di persone, di norme, di cultura e di volontà.

Grazie a tutti coloro che ci hanno creduto.

 

Elena Rapisardi

 

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