In una recente conversazione con un collega statunistense abbiamo più volte affrontato il tema della sicurezza dei dati nel web 2.0. Sostanzialmente la domanda era: “Nel web 2.0 la condivisione delle informazioni sembra essere potenzialmente infinita. Ma le informazioni sono tutte da condividere? E’ giusto mettere a conoscenza il pubblico di ogni tipo di informazione? Ci sono casi in cui si potrebbero produrre effetti indesiderati e negativi?”
Il mio interlocutore faceva un esempio. “Immagina, di lavorare per un’agenzia d’informazione o per un organismo che si occupa di sicurezza che fanno parte di un network collaborativo che utilizza il crowdsourcing e il web 2.0, e che nel corso del lavoro di ricerca, vieni a scoprire che un gruppo di individui stanno imparando a pilotare aerei senza mostrare interesse ad apprendere come atterrare. Condivideresti questa informazione e se sì, perché, quando con chi e come? Che validità avrebbe questa informazione? Cosa accadrebbe se i il pubblico e i media avessero quell’informazione? Quanto metterebbe in pericolo ulteriori investigazioni o supposizioni? Potrebbe scatenare rabbia, o panico o prese in giro o indifferenza? Potrebbe trattarsi di terrositsti, un  esperimento di studenti, o imbroglioni alla ricerca di scalpore. Quindi che tipo di condivisione bisognerebbe attuare e chi controllerebbe tutto ciò? La risposta corrente, e legalmente valida, è che l’informazione non dovrebbe essere condivisa perché un livello di condivisione inadeguato potrebbe causare danni irreparabili, probabilmente peggiori del rischio potenziale. D’altro canto, se l’informazione potesse essere adeguatamente condivisa con l’adeguata competenza, supporto e controllo, potrebbe essere possibile validare, investigare e tracciare così da prevenire eventuali disastri, crisi, guerre e costi.”

E’ indubbio che ci troviamo di fronte ad un esempio che richiederebbe una grande attenzione, è anche vero che in molti casi non ci troviamo a trattare informazioni così “sensibili”, ma porci questo problema è doveroso per agire con “competenza” e oculatezza. Non volendo esaurire un tema così delicato vorrei fare alcune riflessioni che non sono una risposta, ma che propongono un’impostazione della discussione al tema visto dalla prospettiva della gestione dei rischi.

Il web 2.0 e il crowdsourcing permettono di aumentare e diversificare le fonti di informazione, e nel contempo di condividere le informazioni raccolte. Questo perché il web 2.0 offre possibilità di partecipazione e di strumenti per dare voce alle persone, da qui i nome crowdsourcing o il citizensourcing. Quando si tratta di informazioni utili per la prevenzione e la gestione dell’emergenza il sapere se si tratta di informazioni sensibili è importante, e il decidere quale debba essere il processo dell’informazione ancora più importante. Questo significa stabilire a priori chi contribuisce, chi condivide e con chi. E non è poco.
Tristemente però assistiamo a casi in cui nemmeno chi ha le «credenziali» per accedere ad alcune informazioni riesce ad accedervi e i motivi a volte sembrano banali: reperibilità delle fonti, formati di file non condivisibili su device diversi, mancanza di standard nell’architettura delle informazioni, nella categorizzazioni.

In questo senso il web 2.0 offre delle soluzioni efficaci e efficienti.
Esistono modi per condividere le informazioni utilizzando ruoli e permessi granulari così da definire ex ante chi ha accesso a determinate informazioni e chi no e chi le può verificare\validare\pubblicare, esistono modi per stabilire quali sono i criteri di categorizzazione delle informazioni, esistono modi per utilizzare formati standard e web compatibili, pensiamo solo all’xml come se fosse un esperanto digitale. Poi ci sono delle informazioni di pubblico dominio, come ad esempio le mappe dei rischi, che ogni cittadino dovrebbe essere in grado di consultare e studiare.
La domanda iniziale sulla sicurezza, e la condivisione, se ne porta dietro un’altra: avere ad esempio dei dati su una mappa che si può consultare solo se si ha un certo programma o se si è un esperto o se si è in un certo ufficio equivale a volte a non avere nessuna informazione. E non avere nessuna informazione può essere «rischioso».
Concludendo: il web 2.0 significa che il web è la piattaforma, anche se questo non significa che tutti possano vedere tutto, significa anche che dare la possibilità di dare informazioni e rendendole accessibili può migliorare la nostra capacità di intervento sul territorio. E’ un principio diverso quello al quale bisognerebbe, a mio parere tendere: dalla segretezza e inaccessibilità alla condivisione competente e mirata.

Il tema è ampio e delicato, ma credo che oggi si debba cominciare a riflettere introducendo variabili diverse e approcci in linea con quanto sta accadendo. E’ quanto sta accadendo tra chi si occupa di Gov 2.0: condividere i dati con i cittadini, lasciare anche a loro\noi la possibilità di comprendere quanto sta accadendo e magari scoprire che qualche valutazione competente può venire da chi il «territorio» lo vive quotidianamente e sulla propria pelle.

Rispondendo al collega americano mi verrebbe da dire, in modo forse un po’ provocatorio, che se quelle informazioni su un gruppo di persone che sta imparando a pilotare un aereo senza voler apprendere le tecniche di atterraggio fossero sulla rete, forse a qualche cittadino potrebbe venire in mente un’ipotesi improbabile e azzardata sì, ma forse vera, e se potesse rendere nota la propria ipotesi a chi di dovere, potrebbe forse rendere un servizio alla nazione. Ma forse questo significherebbe che gli esperti e i tecnici non siano gli unici a poter fare ipotesi dotate di senso.  Ma ha un sapore troppo cinematografico?


Elena Rapisardi

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